FISH IN CONCERTO

Passano gli anni, ma quando sale sul palco, il buon vecchio Derek William Dick riesce sempre a ipnotizzare il pubblico. In attesa del tour italiano del prossimo novembre, il concerto allo Smaila’s di Aprilia ha fornito sicuramente indicazioni confortanti…

Diciamolo subito, gli ultimi mesi non sono stati semplici per Fish: il gigante scozzese ha dovuto fronteggiare l’abbandono del fido tastierista Foss Paterson, la cancellazione dell’intero tour inglese originariamente previsto per lo scorso maggio a causa dei problemi di salute del chitarrista Robin Boult, e infine trovare in pochi giorni un sostituto per il nuovo tastierista, Mike Varty, che a detta del Pesce non era riuscito a metabolizzare il repertorio in modo soddisfacente. A tutto questo, e con l’unica data italiana di giugno costantemente in bilico, si sono aggiunte le problematiche relative all’agibilità del teatro di Aprilia che avrebbe dovuto ospitare il concerto, problematiche fortunatamente superate brillantemente dagli organizzatori che hanno individuato a tempo di record una location alternativa.

Insomma, quando è finalmente salito sul palco dello Smaila’s di Campoverde, Fish deve aver tirato un sospiro di sollievo, e nonostante le poche prove effettuate con l’organico al completo, ha indossato i guantoni e ha accettato la sfida. Poteva scaturirne una performance nervosa o magari sotto tono, e invece la voglia di suonare e di divertirsi sopra e sotto il palco ha avuto il sopravvento, dando vita a una serata indimenticabile. La scaletta, come era giusto che fosse, ha privilegiato i brani contenuti nell’ultimo eccellente album A Feast of Consequences, riproposto quasi per intero, ma più di altre volte tutta la setlist è stata assemblata in maniera particolarmente felice, con estratti dall’intera carriera dell’artista scozzese, compresa ovviamente la parte con i Marillion. A questo proposito, come non citare subito il tuffo al cuore rappresentato dall’esecuzione integrale di Script for a Jester’s Tear, o la carica dirompente di Assassing, ancora oggi uno dei pochi brani esistenti in grado di coniugare le sfumature del prog con l’energia del punk. Sorprendente e decisamente riuscito il ripescaggio della chiassosa Big Wedge, dal primo album solista Vigil in the Wilderness of Mirrors, mentre nel medley finale, oltre alla già citata Assassing, hanno trovato posto l’immancabile e corale Credo, la coda strumentale di Fugazi e White Feather da Misplaced Childhood.

Naturalmente non sono mancati, tra un pezzo e l’altro, i consueti monologhi fishani: di particolare intensità soprattutto quello che ha introdotto i due brani tratti dalla splendida suite sulla prima guerra mondiale contenuta in A Feast of Consequences, con un riferimento diretto alla recente visita di Roger Waters ad Anzio e una critica esplicita alla eccessiva spettacolarizzazione dell’evento. Già nota invece, anche se sempre interessante da ascoltare, la ricostruzione della genesi di The Company. Il brano fu scritto da Fish su indicazione del grande Bob Ezrin all’epoca di Clutching at Straws: Ezrin avrebbe dovuto produrre il nuovo album dei Marillion e fu proprio lui a suggerire all’artista scozzese le tematiche da affrontare nel testo.

A questo punto resta da raccontare solo l’epilogo del concerto, con Fish a ballare in mezzo al pubblico sulla trascinante coda di Internal Exiles e registrare l’esordio positivo del nuovo arrivato John Beck: sulle capacità del tastierista degli It Bites non esistevano dubbi, anche se il suo approccio ai brani è stato logicamente un po’ timido. Passata l’emergenza, aspettiamo con ansia il tour italiano di novembre… sperando per il nostro Fish che i tanti contrattempi di questi mesi siano solo un lontano ricordo.

APRILIA – Anche in occasione della data italiana di Fish (il primo cantante dei Marillion, ndr) abbiamo avuto il piacere di affidare il racconto della serata non ad un collega, ma ad un particolare “fan”. Esperimento questo che sta sicuramente dando dei frutti e che ci fa ben sperare per il futuro ed aprire la porta ad ulteriori collaborazioni, anche lontane – geograficamente – da noi.

Lasciamo a tutti voi il piacere di rivivere una bella serata di musica, mediata dalla tastiera di Pier Amici, cantante della Prog Rock Cafè, band ovviamente progressive italiana.

Arriviamo allo Smaila’s temendo di essere in ritardo e invece troviamo la sala vuota e facilmente possiamo metterci a bordo palco, proprio davanti a Fish. Il tempo di scambiare quattro chiacchiere con alcuni componenti della grande famiglia “marillico/fishiana” del fanclub e subito si apre il concerto. Il pezzo iniziale è proprio quello che speravo eseguisse: “Perfume River”. Una canzone costruita in crescendo, praticamente perfetta. Sul disco è il pezzo di apertura e dal vivo, pur perdendo negli arrangiamenti, acquista, e non è poco, della mimica di Fish. La serata continua con la title track dell’ultimo album, “Feast of Consequences”, il testo dovrebbe ispirarsi al suo secondo divorzio, si nota nelle liriche una certa ‘acredine’.

Nelle prime file ci sono quasi tutti i componenti storici del fanclub italiano, The Company Italy, capisco che l’atmosfera cambierà di lì a poco, infatti: ecco arrivare “Script For A Jester’s Tear” (1983, è considerato il primo album dei Marillion, ndr). Il pezzo, ben interpretato dalla band (secondo me la migliore a disposizione da anni), riporta al disco d’esordio: neanche a dirlo è cantato a squarciagola da tutti.

Si torna alla discografia solista, con “Sunsets On Empire”, scritto e prodotto da Steven Wilson (fondatore dei Porcupine Tree, ndr). Fish introduce il pezzo con un aneddoto. Racconta che nella maggior parte delle raffigurazioni Cristo è un uomo bianco e che l’ispirazione del titolo gli è venuta dalla figlia, che da bambina gli chiese: “What colour is God?”. E’ un brano giocato tra percussioni tribali e dissonanze, particolare, con un ritornello ‘ostinato’, perfetto per giocare con il pubblico.

Preceduta da una breve introduzione – parla della sua visita al cimitero di Anzio (dove ha anche potuto vedere la lapide del padre di Roger Waters) e, in generale, degli uomini che hanno combattuto le guerre mondiali, di cui dice di aver grande rispetto – arriva “Crucifix Corner”, uno dei migliori pezzi dell’ultimo album. La canzone è costruita sull’attesa della battaglia e prosegue con un ritmo incalzante che ricorda proprio quello di una corsa verso la ‘gloria’, il massacro dei soldati impegnati sul fronte francese, nella Prima Guerra Mondiale.

“The Gathering” fa parte, come la canzone precedente, della suite “High Wood”. Un pezzo dalle tinte folk, si parla della campagna di arruolamento di volontari e si respira un’aria più ‘ottimista’, un’illusione che maschera i massacri al fronte delle migliaia di giovani impegnati nella guerra di trincea.

“The Big Wedge”, pezzo smaccatamente ‘americano’, con critica feroce al capitalismo e al consumismo, il testo fu scartato dai Marillion, pare, perché anti-americano.

“All Loved Up”, tratto dall’ultimo album, ricorda un po’ “Incommunicado”, Fish regala delle pose da starlette televisiva, sbeffeggiando i talent show televisivi. Dal vivo, grazie alla sua interpretazione, molto fisica, il brano funziona sicuramente meglio.

Il momento acustico dello show vede sul palco Fish e Robin Boult (chitarrista) per l’esecuzione della bellissima “Blind To The Beautiful”, annunciata da un monito: “Questa non è una canzone per noi, né per i nostri figli, bensì per i figli dei nostri figli, i quali ci chiederanno ‘Perché non avete fatto nulla, quando avreste potuto?’. Siate preparati”, praticamente un manifesto ecologista.

Il medley stende tuttti i presenti, partendo con “Assassing”, per me è una vera emozione ascoltarla per la prima volta, eseguita dal vivo, cantarla a squarciagola con i membri del fanclub. Il brano proviene dal secondo disco dei Marillion (1984, album “Fugazi”, ndr) e ha un ritmo così incalzante che praticamente invita al “pogo” totale e così è. “Assassing” sfuma in “Credo”, dal ritornello adatto ad essere cantato a squarciagola. Poi, sempre dal suo secondo album, “Tongues”, testo al vetriolo dedicato all’allora managing director della EMI UK. Un reprise di “Assassing” per arrivare a “Fugazi”. Il locale letteralmente impazzisce. Il il brano è uno dei più amati (se non il più amato) dal pubblico dei Marillion (e di Fish, chiaramente). Il cantante è un po’ a corto di forze (e anche un po’ giù di voce), si fa sostenere dai presenti, che non si fanno certo pregare, si canta tutti e con tutto il fiato in gola.

Il concerto sarebbe finito, siamo tutti sudati ed elettrici. La band, dal palco, saluta, immediatamente si chiede il bis. Neanche due minuti di pausa e tornano per l’immancabile e richiesto saluto: “Internal Exile”. Da dietro mi avvertono “occhio alle caviglie”, dapprima non capisco, poi ricordo la parte celtica del brano, dove si mettono tutti a ballare. Compreso Fish, che scende dal palco e si concede a duetti con il suo pubblico. Grandioso.

E con questo brano si conclude la bellissima serata. Torniamo a casa con il sorriso stampato in faccia e con la maglietta nuova del fanclub italiano. A novembre Fish torna in Italia, per un concerto romano. Ci saremo sicuramente.

 

 

 

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